Nell’antichità era il cuore a essere considerato sede dell’anima umana come testimoniano non solo le antiche pitture rinvenute nelle tombe egizie – nelle quali gli dei pesano il cuore per conoscere se l’anima sia o meno degna del premio eterno – ma anche la dottrina aristotelica secondo cui il cervello era sede di una funzione meramente accessoria (quella di ‘radiatore’ capace di raffreddare il sangue) a tutto vantaggio del cuore, luogo dei sentimenti. Ancora oggi un trauma emotivo è indicato dall’immagine del cuore che si spezza, per non parlare del cuore simbolo di ogni innamoramento.
Per la verità va detto che Pitagora, che visse un paio di secoli prima di Aristotele, attorno al 500 a.C., indusse un proprio discepolo, Alcmeone, a studiare i sensi e questi prospettò il fatto che sede delle sensazioni fosse il cervello. Anche cultura Anassagora, (500-428 a.C.) sposò questo concetto che – come sappiamo – è fondamentalmente corretto. Tuttavia la dottrina che si impose fu quella enunciata da Empedocle (492-430 a.C.) il quale individuò proprio nel sangue la sede di ogni sensazione, incluse quelle di piacere e dolore che il suo contemporaneo, Anassagora, riteneva invece frutto di una modifica ‘quantitativa’ del soggetto, dovuta al contrasto degli opposti (considerazione che contiene un’intuizione geniale se pensiamo alle odierne conoscenze sulla percezione visiva, uditiva, tattile).
